Venerdi, 20 ottobre 2017 - ORE:18:05

“Costellazioni”, il nuovo album di Vasco Brondi che ci è piaciuto un sacco

vasco brondi

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Per ora noi la chiameremo felicità era un album ancora contraddistinto da voce e chitarra, gli altri strumenti erano solo marginali e il lavoro di Brondi faceva perno soprattutto sulla sua voce, roca e drammatica, e sui testi delle canzoni.

Con Costellazioni Vasco Brondi compie un cambiamento

“Costellazioni”, che abbiamo introdotto nell’articolo precedente, invece, è caratterizzato da un grande uso di chitarre, archi, elettronica e cori. I ritmi sono più veloci, a tratti, e i testi contengono tutte le esperienze che il cantate ha vissuto in questi anni di riflessioni, viaggi e indagini interiori. Ha studiato il mondo, la crisi. Quello che ne è uscito fuori è un insieme di brani uniti l’uno all’altro, fotogrammi, immagini, appunti.
Per creare questo lavoro si è fatto aiutare da Federico Dragogna, voce dei Ministri e il suo intervento si sente. Ha partecipato molto alla formazione del disco, lo stesso cantante, nelle interviste che ne hanno preceduto l’uscita ha detto che il suo apporto è stato fondamentale, soprattutto per la nuova strada che ha deciso di intraprendere: unire suoni organici all’elettronica, che in certi punti risulta addirittura più calda delle chitarre.

La sua voce è potente, e mentre negli album precendenti a volte era quasi sussurata, adesso esplode, diventa protagonista, urla, come se tutto ruotasse intorno ad una illogica allegria, un urlo di speranza per un mondo che forse, può ancora trovare una via d’uscita.
L’album si apre con “La terra, l’Emilia, La luna”, i temi centrali di tutto. La terra, perché siamo ancora legati alla nostra dimensione terrena, alle difficoltà, alla periferia, alla provincia, alle mattine grigie e piovose, alle estati accaldate e che odorano d’asfalto. Spuntano una quantità impressionante di posti, però, come se il disagio fosse una dimensione reale presente nei sobborghi come nelle grandi città come Milano, New York. Spuntano l’Africa, La Corsica e il Messico.

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L’Emilia perché è la dimensione personale di Vasco Brondi. Ferrara e Bologna sono sempre presenti nei suoi lavori.
E la Luna, l’universo, i pianeti e le stelle, come in un’eterna lotta tra quello che c’è sotto, tangibile e a volte drammaticamente materiale, e l’etere, l’irraggiungibile, le esplosioni stellari, la via lattea. Un’eterna lotta che avvicina le due dimensioni e le allontana. La canzone si conclude con un magnifico augurio, o dedica, prendetela come volete “per tutti quelli che sono morti come sono vissuti, felicemente, felicemente felicemente e al di sopra dei loro mezzi”.
Il singolo che ha introdotto costellazioni è stato i destini generali, un inno felice e amaro, quasi uno slogan. Ci sono situazioni insostenibili, siamo circondati dall’irrazionalità, eppure, in tutto questo, forse per sfinimento, forse perché è giusto crederci si può affermare che è solo “una crisi passeggera che io e il mondo stiamo superando”.
Un pezzo molto particolare, forse atipico potremmo dire, per il Brondi a cui siamo abituati è “ti vendi bene”, ritmo anni 80,batteria elettronica, rimandi alle canzoni dei CCCP e a Battiato, una canzone urlata ma senza rabbia: “Ti vendi bene”, non una critica ma un dato di fatto, tutti, alla fine ci vendiamo, ci vendiamo per raggiungere i nostri scopi, ci vendiamo per andare avanti, ci vendiamo per avere l’attenzione di persone che magari non ci meritano o per cui non contiamo molto.
Un pezzo tragicomico, ritmico: “bandiera rossa che sventola solo sul mare in tempesta”, la narrazione di una sconfitta che forse tutti abbiamo dentro, un pezzo da strada, da vicoli senza via d’uscita, da strade grigie di periferia, da bar di provincia. Un pezzo che si assocerebbe bene a qualche romanzo di Stefano Benni.

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“Un bar sulla via lattea” e “Le ragazze stanno bene” sono i pezzi che più si avvicinano al Brondi delle origini. Affranti, musiche da ascoltare guardando un cielo grigio piombo, mentre intorno mentre tutto va alla deriva.
Canzoni in cui i protagonisti sono anime sperdute, che vagano senza meta.
La prima è lenta, con strumenti che piano piano diventano protagonisti e riempiono tutto. Ritroviamo Il cielo, con le stelle, le speranze e i desideri che non si realizzano: in una notta limpida, con molte più stelle, di queste 4 o 5 che dal finestrino mi seguono sempre…

La seconda parla di un incontro fra due amiche che insieme concordano che no, “non c’è alternativa al futuro”.
L’album si chiude con “40 km”, forse una riflessione conclusiva del periodo che ha attraversato l’artista, viaggiando “e se ne va in una città a settanta chilometri, e se ne va in una città a trenta chilometri”. Non importa quanto tutti desideriamo emanciparci, fuggire verso quelli che consideriamo i centri del mondo, non riusciremo mai a trovare un centro di gravità permanente, forse solo momentaneo, come dice lui stesso durante il susseguirsi dei brani.
Possiamo anche acchiappare New York, Parigi o Londra, possiamo provare il brivido di essere in un posto grande e che tutti desiderano raggiungere, però, quando ci immergiamo dentro queste realtà, ci accorgiamo di quanto alla fine siano reali e a quel punto, va bene anche ritornare in provincia.

Vasco Brondi, realizzando costellazioni, si è allontanato dalla dimensione personale dei precedenti album, si è posto all’esterno, osservando e prendendo appunti dalla realtà che ha visto, guardando i ragazzi in macchina, o le persone nelle stazioni in procinto di partire e si è riconfermato uno dei cantautori italiani più significativi degli ultimi anni.

Costellazioni.
Le luci della centrale elettrica
Data di uscita: 4/03/2014
Con la partecipazione di Federico Dragogna.



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