Mercoledi, 16 agosto 2017 - ORE:01:14

Celebrare 20 anni di carriera, viaggiando: Sonic Highways dei Foo Fighters

Sonic Highways

Sonic Highways

Tappa per tappa Grohl ha incontrato i suoi… idoli

Chi non sognerebbe di viaggiare attraverso gli States andando a incontrare vere e proprie istituzioni della musica d’oltreoceano?

Dave Grohl, ex batterista dei Nirvana e frontman dei Foo Fighters lo ha sognato e realizzato (vi ricordate? Ve ne abbiamo dato un anticipo QUI), percorrendo le strade più significative della storia del sound americano, a bordo di un progetto della HBO.

Il buon vecchio Dave ha tentato di trarne quanto poteva, e solo dopo ogni incontro, nel suo ultimo giorno di permanenza ha composto i testi e registrato le tracce che, nel loro complesso, danno vita a un album senza dubbio interessante.

I brani in Sonic Highways

Un brano per città, un tributo a ogni racconto, uno stendardo piantato a ricordare che da li è passata la storia. Visto per intero “Sonic Highways” non è innovativo, non ha niente di nuovo, ma è diverso. A renderlo diverso è questo cambio di rotta, a caratterizzarlo è proprio il fatto che in un mondo discografico in cui si guarda sempre a quanto verrà dopo, al prossimo dettaglio mai sentito, in un mondo in cui si mira al futuro, “Sonic Highways” rappresenta un punto di rottura: non guarda a dove andremo, guarda a come siamo arrivati fin qui.

Il primo pezzo e il primo singolo del disco, registrato a Chicago dopo l’incontro con Rick Nielsen, chitarrista, compositore e fondatore dei Cheap Trick, è Something From Nothing, un brano sulla classica linea dei Foo Fighters, pronto a infiammarsi e a esplodere, con chiari riferimenti alla leggenda del Blues di Chicago Buddy Guy.

ffIl secondo The Feast and the Famine è un brano aggressivo, sulle classiche linee in cui è facile perdere il riferimento, caratteristico dei FF, ispirato dall’incontro con Peter Stahl Skeeter Thompson degli Scream nella capitale Washington DC. Congregation, la traccia successiva, nasce dall’incontro e la partecipazione con Zac Brown a Nashville, e a dirla tutta non ha pressochè niente della musica del Tennessee. Aldilà di questo è un brano sullo stile classico della power ballad Fighteriana ed è assolutamente apprezzabile.

What did I do?/God as my witness è una doppia traccia concepita dopo l’approdo a Austin. Riportando un po’ ai Queen questo brano è un inno, il classico ritornello che una volta entrato nella testa fai fatica a rimuovere.

Outside, che rappresenta la California in questa mappa del paese, è una bella fucilata nelle orecchie, dall’arpeggio di Joe Walsh, che si incastra bene con le altre chitarre e col sostegno costante offerto dal basso, fino all’assolo sempre del chitarrista degli Eagles e al breakdown finale che sicuramente fanno evolvere il brano.

In the Clear, registrato a New Orleans, con la Preservation Hall Jazz Band è un’ ottima fusione tra quanto la band fa da anni e i fiati e i cori che ci ricordano dove siamo.

Successivamente Grohl torna a casa e ci propone un brano slegato dal grunge di Seattle, sorprendendo un po’. Subterranean è dolce e malinconico, e la partecipazione in questo caso viene da Ben Gibbard dei Death Cab for Cutie.

L’ultimo viaggio del disco è nella grande mela dove ad aspettare Grohl c’è Joan Jett, chitarrista dei Joan Jett and the Blackhearts (I love Rock’n’Roll) e la traccia titola I Am a River. Una ballad sincera, cantabile, leggera.

In conclusione questo album è un ottima lettura dei passi mossi in questi vent’anni dai Foo Fighters, senza ingannarsi e ingannare, coerente con se stesso. Certo chi si aspettava un evoluzione, un passo avanti resterà deluso, ma chi sa apprezzare le storie dietro alla musica troverà questo album quantomeno affascinante.

Voto: 3,5/5

E qua sotto l’album intero:



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